Custodia e tutela degli strumenti finanziari e dei fondi dei clienti: obblighi e prassi di vigilanza
Quando un’impresa di investimento o una banca presta servizi in titoli che coinvolgono beni dei clienti, assume un blocco di obblighi che il quadro MiFID II colloca tra i più sensibili dell’intero sistema: la salvaguardia di strumenti finanziari e fondi dei clienti. La logica è quella della tutela in caso di procedura concorsuale e della fiducia: i beni del cliente devono essere segregati, registrati a suo nome nei libri dell’ente, depositati presso terzi sorvegliati e liberi da usi non consentiti, in modo che una crisi dell’ente non si trasformi in una perdita per il cliente. Qui spieghiamo ogni pezzo e, soprattutto, come lo si dimostra con evidenze.
Segregazione patrimoniale e registri: la base di tutto
Il primo obbligo è strutturale: separare i beni dei clienti da quelli propri, con una struttura di conti che identifichi che cosa appartiene a chi e registri interni in grado di attribuire ogni posizione al suo titolare in qualsiasi momento. Questa esigenza diventa critica nei conti omnibus, dove il custode vede solo un saldo complessivo a nome dell’ente: tutta l’attribuzione vive nei tuoi libri. L’operatività omnibus è ammessa ed efficiente, ma la sua contropartita sono registri impeccabili, un’informativa adeguata al cliente e riconciliazioni rafforzate. È una delle aree che documentiamo quando prepariamo l’autorizzazione di una ESI che prevede la custodia nel proprio programma di attività.
Deposito presso terzi: due diligence e revisione del sub-custode
Depositare i beni dei clienti presso sub-custodi —spesso in catene internazionali— non trasferisce la responsabilità: l’ente deve sceglierli con competenza e diligenza (solvibilità, vigilanza, regime giuridico e tutela dei beni nella loro giurisdizione) e sottoporli a revisione periodica documentata. A questo si aggiungono le riconciliazioni tra i registri propri e le posizioni presso i custodi, con la frequenza adeguata all’operatività e un iter serio di analisi delle discrepanze. La sociedad de valores con custodia propria e la agencia de valores che deposita presso terzi condividono qui lo stesso standard: una sorveglianza dimostrabile dell’intera catena.
Uso dei beni, revisore esterno e rete di garanzia
Due limiti chiudono il sistema. Primo, l’ente non può usare strumenti dei clienti a proprio vantaggio senza consenso espresso, preventivo e dimostrabile, alle condizioni previste dalla normativa: il consenso generico nascosto in un contratto quadro non soddisfa lo standard. Secondo, il sistema viene verificato dall’esterno tramite la relazione del revisore esterno sulla protezione dei beni, i cui rilievi conviene chiudere con un piano e una data prima che li erediti un’ispezione. E come ultimo livello, il FOGAIN copre fino a 100.000 € per investitore nei casi previsti dalla legge: il paracadute che una salvaguardia ben costruita punta a non dover mai usare.
Un chiarimento importante: le EAF non custodiscono
Questo blocco di obblighi non riguarda le società di consulenza finanziaria: la EAF non ha fondi né titoli dei clienti; si limita a raccomandare, e questa assenza di custodia spiega la sua struttura più leggera. La regola operativa per una EAF è di igiene assoluta: non accettare mai denaro contante o strumenti del cliente, nemmeno di passaggio. Se il tuo modello di business richiede di toccare i beni dei clienti, la risposta non è forzare la licenza, ma salire di livello —agencia de valores o sociedad de valores— con il sistema di salvaguardia progettato fin dalla domanda di autorizzazione. Integriamo questo disegno nel quadro di controllo dei rischi davanti alla CNMV di ogni ente che assistiamo.
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